George quella mattina si era alzato con vena artistica. La giornata si presentava ideale, preparò la digitale, le innestò il tele, voleva fotografare da lontano senza essere notato, in quel modo le istantanee risultavano più naturali. Si appostò a fianco di uno dei due leoni del duomo, seduto sugli scalini del piccolo sagrato. Erano le nove e mezzo del lunedì di Pasqua, e non vi era il passeggio che un’ora dopo avrebbe affollato la piazza della Cattedrale.
George provò la bontà della luce, i parametri che la fotocamera richiedeva erano quelli di una splendida giornata di sole ombreggiata dalle prime ore del mattino, l’ideale per fotografare.
La facciata della cattedrale era squadernata davanti al passante che intendeva leggerne le sacre rappresentazioni, i messaggi, le sue ironiche ammonizioni, come una buona madre nel paziente magistero. Lo scultore medioevale carico di tutta la sua tecnica aveva trasmesso alla materia il sublime dell’arte. Gli stili si sovrapponevano senza violenza, il romanico sorreggeva il gotico con leggera armoniosità. Il bel protiro, animato di figure rappresentava il discorso biblico, con sincera forza visiva. La loggia sorretta da leggere colonne ospitava la Vergine col bambino. A George piaceva fantasticare, e immaginò quando Michele da Firenze, ultimato il suo lavoro, la ricoprì di polvere d’oro. E ancora, si figurò il momento in cui il clero la presentò ai fedeli assiepati sulla piazza, già dalle prime luci del giorno. E ancora gli piacque aggiungere fantasia alla fantasia, rappresentandosi la meraviglia che colpì la moltitudine nel vedere la statua sfolgorante, colta come per prodigio da un raggio di sole.
Usciva in quel momento una piccola folla di turisti dalla porta centrale, la vecchia rumena seduta sulla soglia udendo i passi, si mise nella sua positura compassionevole, con il sorriso tra il commosso e prostrato, chiedendo la carità per i suoi figli ammalati, allungando un piattino di latta, con sopra un santino a rafforzare la pietà. George le scattò qualche istantanea.
Il sole colpiva il palazzo ducale, mentre la facciata del duomo restava in ombra e la sua massa, proiettava una linea netta fino a metà della piazza, lunga e nera.
Una bambina si staccò dal gruppo e venne diritta verso il leone, che stava in guardia del sagrato, nell’atto di salirne la schiena. A George venne un’idea pazza, una di quelle follie amabili che ogni tanto lo possedevano. Ripensò in quell’attimo a quando, tanto tempo prima, un amico, studioso della storia della città, gli faceva notare come a forza di salire sui grifoni, i bambini avevano finito per levigarne le figure, fino al punto di non poter più leggerne i moniti a loro assegnati. Terminando la sua difesa lapidaria dicendo: «Bisognerebbe emanare una legge che vietasse a quei mostri di limare, così preziose testimonianze».
George guardò la bambina, e le disse che il leone era suo e che nessuno poteva salirvi in groppa senza il suo permesso. La bimba ebbe un attimo di smarrimento, si pietrificò come il griffone, e corse verso la madre, guardando il fotografo in tralice, corrucciata. La madre si voltò verso George, e lo interrogava con gli occhi, ed egli sorridendo disse di avere scherzato e spiegò il perché di quelle parole e chiedendo alla signora il nome della bambina, e saputolo disse: «Va Alice, dai per questa volta puoi salire». La signora intese lo scherzo e approfittò per chiedere a George quali altre opere d’arte si potevano visitare in città, avendo solo il tempo per il pranzo e poche ore del pomeriggio. George guardò l’orologio e visto che mancava pochi minuti alle dieci, le consigliò una visita al Palazzo dei Diamanti, così disse: «Potete unire all’architettura la pittura, il palazzo di Sigismondo è anche sede della pinacoteca». La donna s’informò se il posto fosse lontano e se si potesse andare a piedi, poiché non era sola, il marito era ancora in chiesa con l’altra bambina. George le diede le coordinate, aggiungendo che non si sarebbe impiegato più di dieci minuti e che era una bella passeggiata, poiché si passava davanti alla statua di Savonarola, al castello, al teatro comunale, e, la via ove era il palazzo di Sigismondo d’Este, era considerata la via più bella d’Europa.
In quel mentre Alice si mise a gridare: «Mamma, mamma guarda una carrozza»! Entrambi si voltarono e George scorse venire a passi stanchi, caracollando Benn, un cavallo bigio, comandato da Francesco un uomo di circa sessant’anni, alto e magro, seduto a cassetta con le lunghe gambe ossute che gli arrivavano al petto. Indossava una livrea color mattone con cordoni verdi e un cappello dello stesso colore con visiera. George venne di nuovo colto da una delle sue idee e rivolto alla bimba le disse che se voleva, ai Diamanti, lui la poteva far andare in carrozza. Alice guardò la madre incredula, ma con in fondo all’animo un’insperata recondita speranza che ciò fosse vero, le brillavano gli occhi e tutta la piccola persona era un’esplosione d’incertezza. George intanto si era avvicinato alla carrozza e accarezzando il muso di Benn, salutò Francesco. Conclusi i convenevoli gli chiese se era libero e se poteva arrivare fino alla Pinacoteca. Il cocchiere rispose di sì col capo, chiedendo quante persone doveva trasportare? George rispose quattro e avutone il consenso, tornò da Alice dicendole: «Principessa la carrozza è pronta». La bambina rimase stupita guardando incredula la madre. Questa frenando l’entusiasmo della figlia, fece capire a George che le sarebbe piaciuto molto, ma che la passeggiata non se la sarebbero potuta permettere. Per distogliere dalla mente della donna che fosse in accordo col cocchiere, George, assumendo un atteggiamento formale aggiunse, che Francesco percorreva le vie cittadine in carrozza per reclamizzare un noto ristorante locale e farlo a vuoto o scarrozzando persone, per lui era la medesima cosa, anzi, preferiva portare passeggeri. La signora esitò ancora, affermando che non le piaceva approfittare. George non le fece nemmeno terminare la frase, suggerendo, che una piccola mancia, Francesco, non l’avrebbe disdegnata, che pochi euro e non di più, sarebbero bastati.
Nel frattempo uscì dal duomo il marito con in braccio una bimba di forse due anni. La moglie lo raggiunse, e si capiva guardando di lontano che la donna lo faceva partecipe di quella nuova situazione, lui l’ascoltava con la testa piegata verso la spalla opposta a quella che teneva la figlia, era di statura media, portava goffamente vestiti da teenager, quelli che sicuramente a casa chiamava “da gita”, guardava la moglie che parlava, privo di volontà, facendo sì con la testa a ogni frase della donna.
George li osservò da lontano e mentre aspettava l’esito di quel dialogo, un’altra situazione lo colpì: la zingara rumena che prima con fare compassionevole era sugli scalini del duomo, ora stava seduta dietro le colonne dei telamoni, nascosta, come dire in pausa lavoro e con il volto in atteggiamento del tutto dissimile da qualche minuto prima, telefonava sorridente, fumandosi in pace una sigaretta.
Accordatasi col marito la donna si avvicinò a George e gli disse che il suo compagno era d’accordo e finalmente per la gioia irrefrenabile d’Alice salirono tutti in carrozza.
La signora ringraziò George per il suo interessamento, ed egli allontanandosi augurò loro una buona passeggiata, poi rivolto a Francesco lo salutò, ma questi volle a tutti i costi che salisse a cassetta con lui per fargli compagnia per il ritorno. George non disse di no, per due motivi: perché non era mai salito in serpa, e poi da li, da quel punto di vista inusuale, avrebbe potuto scattare foto insolite.
Benn si avviò per Corso Martiri, facendo ritmare gli zoccoli ferrati sul porfido con andatura stanca, la testa ondeggiava come se stesse tirando un peso enorme, le scapole ossute sembravano due pistoni al rallentatore, il posteriore ancheggiava stracco facendo ondeggiare la coda penzolante sotto la quale passava un finimento che terminava sulla sella, le orecchie diritte sembravano il fregio di un’automobile di lusso. Da quel punto di vista George non aveva mai visto il corso, sfilando a fianco del castello, vide il fossato due metri più in alto di quanto non lo avesse mai ravvisato e la fortezza gli parve ancora più possente. La voce di Francesco che incitava il cavallo lo riportò alla realtà. «Questo se non lo chiamo, si addormenta», e vociando lo incalzava, «Dai Benn forza, guadagnati la biada, dormi tutta la settimana, oggi datti da fare»! Lo incitava con la voce come se parlasse a una persona. A completare l’equipaggiamento della carrozza, vi era anche la frusta, stava piantata nel suo supporto come una candela sul candeliere, ma come molti candelieri serviva solo da ornamento. Benn voltò dopo il semaforo dei qutt’esse, lì la strada saliva un poco, la bestia puntò gli zoccoli e prese una piccola rincorsa, il suo brio si smorzò alla camera di commercio, venti metri più avanti.
George aprì appena lo spioncino che permetteva di osservare all’interno della carrozza e saltava all’occhio la soddisfazione della famiglia, stupefatti da tutte le cose che vedevano e dalla situazione inusitata. Aprì del tutto la finestrella e rivolto ad Alice le chiese se fosse contenta della passeggiata, la bimba rispose di si muovendo la testa energicamente, superba della situazione che aveva involontariamente creato. George vedendola così felice, pensò una cosa che lo rese orgoglioso. A questa bambina, ho creato un ricordo, che non dimenticherà mai più, e chissà quante volte nella sua vita le capiterà di raccontare: di quando piccina a Ferrara… e quel suo raccontare mi farà vivo oltre il mio limite.
Questa immagine lo portò a pensare se anche lui da piccino avesse vissuto un’esperienza che non si poteva scordare, e gli venne alla mente una lontana sera di Natale, quando suo padre portò a casa una scatola corrugata di cartone marrone rotonda, con dentro un panettone, protetto da una paglia luccicante e quando sua madre estrasse il contenuto, la paglia si sparse sul tavolo. Il dolce era avvolto in una carta oleosa nocciola, e ne ricordava ancora il profumo quando la mamma ne fece tre fette, e a lui ne diede il primo spicchio, e come quel sentimento gli era ancora stampato nella memoria. Ricordava persino il gusto, quando affondò i denti in quel paradiso di pasta morbida, intrisa d’uva sultanina e pezzetti di frutta candita, mentre papà accendeva le candeline, attaccate all’albero di natale con mollette argentate, e come alla fine di quell’operazione tutto sfavillava e le candele davano ombre lunghe e nette. Ma soprattutto, come quel Natale, fosse per lui rimasto il Natale ideale.
Sdrucciolando sui ciottoli della via nobile, Benn era continuamente in un esercizio d’equilibrio, faticava ad andare al passo, e procedeva a testa bassa come se un grave pensiero l’opprimesse. I palazzi sfilavano davanti al cocchio come scenari di una commedia antica.
Giunti ai Diamanti Francesco dovette voltare e non fu cosa facile, fra cavallo e carrozza, il convoglio prendeva tutta la larghezza della via. I turisti, una piccola folla in attesa davanti al palazzo, guardavano quell’insolita manovra, e Benn dovette mettercela tutta, avanzando e rinculando più volte fino a che la carrozza fu in linea con il marciapiede opposto.
George scese da cassetta e aperta la porta ad Alice come per gioco le disse: «Tutto bene Principessa, la passeggiata è stata gradevole»? La bimba scese, tenendosi aggrappata alla maniglia della portiera, prime ad apparire sulla scaletta furono le scarpine rosa, laccate e chiuse a lato da un bottone, poi le esili gambe inguainate da calze di filanca bianche, quindi emerse la personcina elegantemente vestita. La camiciola di cotone rosa tenue, sottostava a una veste larga rosa confetto, trattenuta da una cintura di satin anch’essa rosa annodata ai fianchi, i cui lembi scendevano finendo frangiati di seta. I capelli biondi, diritti, che le sfioravano le spalle, erano divisi da una riga e una piccola farfalla dalle ali trasparenti le acconciava il capo. Aveva l’incarnato del viso candido, con appena le gote scarlatte. Mostrando i denti bianchi, sorrideva di una soddisfazione chiara. Giunta a terra corse verso la madre, la quale in quel momento era intenta a parlare con Francesco, teneva un braccio teso e nella mano una banconota da cinque euro, il cocchiere si tolse il cappello e ringraziando la salutò. Il fuco, con la bambina in braccio, era già scomparso tra la calca davanti alla biglietteria.
George risalì a cassetta.
Francesco disse ohhh.
Benn s’incamminò.
E il tempo inchiodò il ricordo di Alice in un istante infinito.
venerdì 5 marzo 2010
sabato 11 aprile 2009
Il vetraio
Ormai è fatta! Non ci restano altro che le finiture e si passa alla storia, quella con la esse maiuscola.
Le lettere di invito sono spedite, gli espositori ci hanno risposto in modo confortante. Tacciono le macchine, le idee custodite per altri momenti; vi è un silenzio come quello che precede le grandi battaglie. Questa è l’ora della riflessione e dell’attesa.
Rivado con la memoria a quando fummo prossimi all’apertura del Museo di via dei Romei: il piccolo ambiente di novanta metri quadri, rifinito con cura magistrale sfolgorava di bellezza: una "chicca". L’atmosfera era quella delle grandi occasioni. Il Presidente guidava tutti con scienza calcolata. Vi erano le ultime cose da sistemare, più che altro le pulizie, all’entrata avevamo costruito una bussola in metallo dipinta di rosso e vetri zigrinati. Faceva copia esatta con una vetrata lucernario a mezza luna posta sul bell’architrave di marmo ambrato sopra la porta che immetteva all’ufficio. Era stata smontata per essere pulita.
"State attenti che non vada rotta"! Era l’imperativo categorico.
Ad un sinistro scricchiolio di pedata rivelatrice di sciagura, seguì immancabilmente come il tuono al lampo il "sacramentare" del presidente, che con le vene del collo gonfie, gli occhi fuori dalle orbite e il volto rosso porpora a un passo dall’infarto, sbraitava contro l’ingobbito Gabriele il quale si scusava in tutti i modi e maniere. Ma oramai il danno era fatto e bisognava rimediare.
"Vai dal vetraio e fatti rifare i vetri della ragna ma in fretta, e mi raccomando uguali"! Comandò imperiosamente Nello sottolineando le parole; "e digli chiaro ciò che vuoi, perché quello è duro di comprendonio".
Come un falco Gabri volò dall’artigiano, spiegò il fattaccio e le ragioni della fretta aggiungendo che il lavoro non era di grande difficoltà, dopo la perorazione tornò in Museo riferendo al Presidente che in due tre giorni i vetri sarebbero tornati al loro posto. Passata una settimana Cinelli chiese a Gabriele: "e i vetri? Dobbiamo inaugurare, e allora! Ci muoviamo"?
"Mi doveva telefonare lui"! rispose Lele.
"Mo va là Gabriele; se aspettiamo quello là a Natale siamo ancora senza ragna, mo’ vai a vedere cosa succede"!
Lele si recò dal vetraio a chiedere spiegazioni. Quello guardandolo malamente gli disse: "non venire più con lavori così complicati, questo te l’ho fatto perché l’ho promesso ma è l’ultima volta che faccio una faticata come questa".
Incartata e legata la ragna sul portapacchi, pagato profumatamente l’artigiano Lele docile come un agnello, puro come un bambino e ignaro del suo destino, tornò alla tana del lupo che lo stava aspettando.
Deposto delicatamente sul pavimento il pacco lo scartò e all’apparire del contenuto a Cinelli si rigonfiarono le vene del collo, gli occhi rischizzarono dalle orbite e con il volto paonazzo questa volta, veramente a un passo dall’infarto; esclamò fuori dalla grazia di Dio: "Cosa sono tutti questi frammenti di vetro va a prendere quello tagliato, non vedi che mi hai riportato quelli rotti"? "Ma sono questi quelli tagliati"! Rispose Lele. Mi avevi detto di farli fare come gli altri e io ho fatto come mi avevi detto tu; tra l’altro il vetraio è impazzito per farli uguali".
Nello lo guardò scuotendo il capo e con rassegnazione gli disse: "mi arrendo, siete davvero una bella coppia e se dovessi scegliere tra i due non saprei chi prendere, parché dividervi sarebbe un vero e proprio delitto"!
Cristiano
Le lettere di invito sono spedite, gli espositori ci hanno risposto in modo confortante. Tacciono le macchine, le idee custodite per altri momenti; vi è un silenzio come quello che precede le grandi battaglie. Questa è l’ora della riflessione e dell’attesa.
Rivado con la memoria a quando fummo prossimi all’apertura del Museo di via dei Romei: il piccolo ambiente di novanta metri quadri, rifinito con cura magistrale sfolgorava di bellezza: una "chicca". L’atmosfera era quella delle grandi occasioni. Il Presidente guidava tutti con scienza calcolata. Vi erano le ultime cose da sistemare, più che altro le pulizie, all’entrata avevamo costruito una bussola in metallo dipinta di rosso e vetri zigrinati. Faceva copia esatta con una vetrata lucernario a mezza luna posta sul bell’architrave di marmo ambrato sopra la porta che immetteva all’ufficio. Era stata smontata per essere pulita.
"State attenti che non vada rotta"! Era l’imperativo categorico.
Ad un sinistro scricchiolio di pedata rivelatrice di sciagura, seguì immancabilmente come il tuono al lampo il "sacramentare" del presidente, che con le vene del collo gonfie, gli occhi fuori dalle orbite e il volto rosso porpora a un passo dall’infarto, sbraitava contro l’ingobbito Gabriele il quale si scusava in tutti i modi e maniere. Ma oramai il danno era fatto e bisognava rimediare.
"Vai dal vetraio e fatti rifare i vetri della ragna ma in fretta, e mi raccomando uguali"! Comandò imperiosamente Nello sottolineando le parole; "e digli chiaro ciò che vuoi, perché quello è duro di comprendonio".
Come un falco Gabri volò dall’artigiano, spiegò il fattaccio e le ragioni della fretta aggiungendo che il lavoro non era di grande difficoltà, dopo la perorazione tornò in Museo riferendo al Presidente che in due tre giorni i vetri sarebbero tornati al loro posto. Passata una settimana Cinelli chiese a Gabriele: "e i vetri? Dobbiamo inaugurare, e allora! Ci muoviamo"?
"Mi doveva telefonare lui"! rispose Lele.
"Mo va là Gabriele; se aspettiamo quello là a Natale siamo ancora senza ragna, mo’ vai a vedere cosa succede"!
Lele si recò dal vetraio a chiedere spiegazioni. Quello guardandolo malamente gli disse: "non venire più con lavori così complicati, questo te l’ho fatto perché l’ho promesso ma è l’ultima volta che faccio una faticata come questa".
Incartata e legata la ragna sul portapacchi, pagato profumatamente l’artigiano Lele docile come un agnello, puro come un bambino e ignaro del suo destino, tornò alla tana del lupo che lo stava aspettando.
Deposto delicatamente sul pavimento il pacco lo scartò e all’apparire del contenuto a Cinelli si rigonfiarono le vene del collo, gli occhi rischizzarono dalle orbite e con il volto paonazzo questa volta, veramente a un passo dall’infarto; esclamò fuori dalla grazia di Dio: "Cosa sono tutti questi frammenti di vetro va a prendere quello tagliato, non vedi che mi hai riportato quelli rotti"? "Ma sono questi quelli tagliati"! Rispose Lele. Mi avevi detto di farli fare come gli altri e io ho fatto come mi avevi detto tu; tra l’altro il vetraio è impazzito per farli uguali".
Nello lo guardò scuotendo il capo e con rassegnazione gli disse: "mi arrendo, siete davvero una bella coppia e se dovessi scegliere tra i due non saprei chi prendere, parché dividervi sarebbe un vero e proprio delitto"!
Cristiano
domenica 15 marzo 2009
L'ombra
Ci affascina l'ombra, che sincera,
Ha il coraggio di mostrarsi con l'inganno,
In tutta la sua forma effimera ma vera.
Ancora ci stupisce il suo magnifico difetto,
Riuscendo senza l’anima a muoversi leggera,
A superar la causa e a vincere l’effetto.
Ha il coraggio di mostrarsi con l'inganno,
In tutta la sua forma effimera ma vera.
Ancora ci stupisce il suo magnifico difetto,
Riuscendo senza l’anima a muoversi leggera,
A superar la causa e a vincere l’effetto.
sabato 14 marzo 2009
Le pampogne
Appena cessato il temporale, noi bambini uscivamo di corsa in giardino. Terminando il suo corso, il fenomeno atmosferico che ci aveva tenuto prigionieri, ci rendeva la libertà, lasciando nel cortile le tracce del suo passaggio.
Intasate dal fogliame le fogne non lasciavano defluire l’acqua e per quella ragione si formavano delle pozzanghere enormi, che a noi parevano laghi, e lì facevamo navigare rami spezzati o cortecce come transatlantici. Se l’acqua non scendeva da sola dopo un po’, venivano i grandi ad aprire i pozzetti. Era un servizio che non toccava ad una persona in particolare, ma lo faceva chi aveva interesse a passare senza doversi bagnare, a chi aveva il ripostiglio oltre quel lago, o una mamma che non voleva che il suo bambino s’infradiciasse.
Spesso questo servizio lo eseguiva il signor Zammaroli che aveva la cantina sotto il tunnel delle lavanderie e non riusciva a passare quando la fogna era ostruita. Il signor Zammaroli svolgeva il lavoro di venditore ambulante. Faceva tutti i mercati della provincia e di lunedì apriva il suo banchetto in quello di Ferrara.
Quest’attività gli dava modo di sfamare la famiglia ed anche altre persone. Sì perché il signor Oliviero, uomo di grande cuore, si era preso a carico, alcuni parenti e aiutava anche amici bisognosi.
La simpatia di quella persona era proverbiale, raccontava fatti e aneddoti spassosi. E non ci si curava se fosse la verità, ci bastava che raccontasse e ne aveva da dire, perché con quel suo mestiere ne aveva viste di tutti i colori.
Aveva “il Lupo”, (questo era il suo soprannome) il mignolo della mano destra offeso da non so quale infortunio e quando gli si chiedeva come fosse successo, lui descriveva il triste fatto, raccontandolo ogni volta in un modo diverso e non si seppe mai veramente come andarono le cose.
Ci raccontava spesso, di quando aveva fatto parte della carovana del giro d’Italia, come venditore di cioccolata e orologi “svizzeri” assieme a due soci. I tre si erano organizzati a dovere, ognuno portando le proprie doti: il signor’ Zammaroli, ci aveva messo la station wagon e faceva il serafo: così era detto colui che in mezzo alla folla, doveva gridare per primo per aprire le vendite. Il secondo, Napoleone, aveva messo in quell’impresa, oltre che le sue capacità straordinarie, la collaborazione della moglie, la signora Lide, che faceva da autista. Napoleone Martinacci era persona più unica che particolare, era di corporatura gigantesca, centoquaranta chili di stazza, una pancia smisurata e un faccione rotondo da persona buona, e, infatti, era di una bontà e generosità fuori dal comune. Ma negli affari una vera volpe e di quella spedizione fu la mente.
Il terzo era un soggetto di corporatura media, un po’ butterato e focomelico, aveva una mano e tutto il braccio più piccolo dell’altro. Un tuttofare sveglio nel mestiere e furbo la sua parte. Fin da ragazzo amico inseparabile di Napoleone e della sua famiglia, e l’eterno fidanzato di sua sorella. Napoleone, lo teneva sempre con sé, ovunque andasse, al bar, a casa e ai mercati era il suo braccio destro. Qui al giro d’Italia, Camanz cosi lo chiamavano, s’ingegnava nella parte logistica.
Proseguiva il Lupo: quella spedizione non sortì nei primi momenti gli incassi sperati e nonostante ne avessimo escogitate di tutti i colori, sulle piazze dove si fermava la carovana, non si batteva chiodo. Il tempo stringeva e si era sulle spese. Vedendo il ristagnare degli affari, a Napoleone venne un’idea superba, un vero e proprio colpo di genio. Spedì Camanz nella vicina Svizzera a prendere un’auto, e con quella, che aveva tanto di croce rossa sulla targa, vendemmo interi scatoloni di cioccolata e centinaia di orologi, dovemmo rifornirci ben due volte di merce durante il giro d’Italia.
Dopo la pioggia, il signor’ Zammaroli scendeva dall’ultimo piano in compagnia del suo inseparabile pincher un cagnolino simpatico e vivace chiamato Fly. Si avvicinava alla fogna e con un ferro uncinato apriva il tombino, attorniato da noi bambini e quel grande lago scendeva a vista d’occhio terminando in un gorgo d’acqua che scompariva risucchiata dalla fogna con un ultimo gorgoglio soffocato e tutt’intorno rimaneva solo l’ombra umida di quello che era stato.
Liberati da quell’impedimento, si andava fra i vialetti che dividevano i giardini e dalle siepi umide, sbucavano innumerevoli chiocciole, noi le prendevamo e fatta una riga sugli scalini organizzavamo una corsa di lumache. Se succedeva che a uno di noi il “cavallo” non volesse uscire dal guscio gli si cantava la filastrocca: “Lumaga lumaghin/ tira fora i tò curnin/ un par mi un par tì/ un par la vecìa ad San’Martin”. In quel modo si andava avanti per pomeriggi interi a giocare, con le cose che la natura, le stagioni o il caso ci offrivano.
Un’altra caccia mi piaceva. D’estate completavano il loro ciclo di trasformazioni i maggiolini, un ordine di coleotteri, che chiamavamo pampogne.
Dopo circa tre anni di vita larvale e sotterranea i melolontha melolontha completavano la loro metamorfosi e si accingevano al volo nuziale. Scavavano queste bestiole un tunnel fino al pelo del suolo, lasciando un velo di terra e una piccolissima apertura e a notte uscivano.
Solo occhi esperti, potevano vedere quelle tane, ed io che ero uno dei pochi che sapesse riconoscerle, armato di un sottilissimo stelo, dopo avere allargato il buco con il mignolo, facendo attenzione a non ostruire il foro, infilavo molto delicatamente il bastoncino dalla parte più sottile sotto la pancia della pampogna e solleticandola la invitavo a uscire. Una volta catturata, la bestiola si arrampicava d’istinto sulla punta del dito poi lungo della mano ed era per me grande meraviglia avere il possesso di una creatura dell’universo tutta mia. Essa mi guardava con gli occhi enormi e i palchi delle antenne le davano un aspetto fiero e simpatico, la bocca forte era una macchina per triturare, le sei gambe a stecco terminavano con le zampe che graffiavano dolcemente la pelle nell’arrampicarsi lungo il medio. Sotto le elitre coriacee erano custodite le quattro ali trasparenti che davano la capacità al soggetto di un volo veloce e spedito, l’addome ricoperto di una peluria vellutata era morbido e gradevole da toccare, quando l’animale era stanco della mia presenza, emetteva un triplice soffio soffocato, poi apriva le elitre, spiegava le ali pellicolari e spiccava il volo, lasciandomi immobile con la mano protesa verso il cielo.
Molti erano gli animali che popolavano il cortile, dagli scutelli del diavolo, alle libellule, dai gatti, alle farfalle che venivano a pascolare sui fiori dei giardini o si appoggiavano sul muro della casa a scaldarsi al sole, e avevano colori bellissimi, poi le lucertole, le rondini che nidificavano tra le lavanderie e il forno comunale di Corso Isonzo allora munito di un’altissima ciminiera ora purtroppo abbattuta.
Davanti alla casa dell’infermiera Luisa, vi era il giardino della signora Taniello, una donna di origine siciliana, gelosissima delle sue aiuole e a quelle faceva una guardia spietata, attenta che noi bambini non le calpestassimo i fiori. A primavera a un estremo angolo di quel giardino fioriva una siepe di fiori dai petali candidi che circondavano un bottoncino giallo, questi splendori noi li chiamavamo "stelle". Non solo a me piacevano queste bellezze, vi era un altro che li amava, un coleottero che s’inebriava dimorando nel suo interno: la cetonia aurata. Al grido “sono arrivati i kicalori” si andava a caccia di quelle bestiole e ne catturavamo a volontà. Le cetonie aurate hanno il colore degli smeraldi ed io mi divertivo a giocare con quelle gemme semoventi. Catturato, il kicaloro, si difendeva adottando la strategia di farsi credere morto, si racchiudeva in tanatosi per lunghi minuti. Io lo tenevo sul palmo della mano, aspettando con pazienza che si stancasse d’ingannarmi, per poi vederlo volare libero nell’aria, quindi ne catturavo un altro, per perpetuare il mio gioco...frugando tra le stelle.
Cristiano
Intasate dal fogliame le fogne non lasciavano defluire l’acqua e per quella ragione si formavano delle pozzanghere enormi, che a noi parevano laghi, e lì facevamo navigare rami spezzati o cortecce come transatlantici. Se l’acqua non scendeva da sola dopo un po’, venivano i grandi ad aprire i pozzetti. Era un servizio che non toccava ad una persona in particolare, ma lo faceva chi aveva interesse a passare senza doversi bagnare, a chi aveva il ripostiglio oltre quel lago, o una mamma che non voleva che il suo bambino s’infradiciasse.
Spesso questo servizio lo eseguiva il signor Zammaroli che aveva la cantina sotto il tunnel delle lavanderie e non riusciva a passare quando la fogna era ostruita. Il signor Zammaroli svolgeva il lavoro di venditore ambulante. Faceva tutti i mercati della provincia e di lunedì apriva il suo banchetto in quello di Ferrara.
Quest’attività gli dava modo di sfamare la famiglia ed anche altre persone. Sì perché il signor Oliviero, uomo di grande cuore, si era preso a carico, alcuni parenti e aiutava anche amici bisognosi.
La simpatia di quella persona era proverbiale, raccontava fatti e aneddoti spassosi. E non ci si curava se fosse la verità, ci bastava che raccontasse e ne aveva da dire, perché con quel suo mestiere ne aveva viste di tutti i colori.
Aveva “il Lupo”, (questo era il suo soprannome) il mignolo della mano destra offeso da non so quale infortunio e quando gli si chiedeva come fosse successo, lui descriveva il triste fatto, raccontandolo ogni volta in un modo diverso e non si seppe mai veramente come andarono le cose.
Ci raccontava spesso, di quando aveva fatto parte della carovana del giro d’Italia, come venditore di cioccolata e orologi “svizzeri” assieme a due soci. I tre si erano organizzati a dovere, ognuno portando le proprie doti: il signor’ Zammaroli, ci aveva messo la station wagon e faceva il serafo: così era detto colui che in mezzo alla folla, doveva gridare per primo per aprire le vendite. Il secondo, Napoleone, aveva messo in quell’impresa, oltre che le sue capacità straordinarie, la collaborazione della moglie, la signora Lide, che faceva da autista. Napoleone Martinacci era persona più unica che particolare, era di corporatura gigantesca, centoquaranta chili di stazza, una pancia smisurata e un faccione rotondo da persona buona, e, infatti, era di una bontà e generosità fuori dal comune. Ma negli affari una vera volpe e di quella spedizione fu la mente.
Il terzo era un soggetto di corporatura media, un po’ butterato e focomelico, aveva una mano e tutto il braccio più piccolo dell’altro. Un tuttofare sveglio nel mestiere e furbo la sua parte. Fin da ragazzo amico inseparabile di Napoleone e della sua famiglia, e l’eterno fidanzato di sua sorella. Napoleone, lo teneva sempre con sé, ovunque andasse, al bar, a casa e ai mercati era il suo braccio destro. Qui al giro d’Italia, Camanz cosi lo chiamavano, s’ingegnava nella parte logistica.
Proseguiva il Lupo: quella spedizione non sortì nei primi momenti gli incassi sperati e nonostante ne avessimo escogitate di tutti i colori, sulle piazze dove si fermava la carovana, non si batteva chiodo. Il tempo stringeva e si era sulle spese. Vedendo il ristagnare degli affari, a Napoleone venne un’idea superba, un vero e proprio colpo di genio. Spedì Camanz nella vicina Svizzera a prendere un’auto, e con quella, che aveva tanto di croce rossa sulla targa, vendemmo interi scatoloni di cioccolata e centinaia di orologi, dovemmo rifornirci ben due volte di merce durante il giro d’Italia.
Dopo la pioggia, il signor’ Zammaroli scendeva dall’ultimo piano in compagnia del suo inseparabile pincher un cagnolino simpatico e vivace chiamato Fly. Si avvicinava alla fogna e con un ferro uncinato apriva il tombino, attorniato da noi bambini e quel grande lago scendeva a vista d’occhio terminando in un gorgo d’acqua che scompariva risucchiata dalla fogna con un ultimo gorgoglio soffocato e tutt’intorno rimaneva solo l’ombra umida di quello che era stato.
Liberati da quell’impedimento, si andava fra i vialetti che dividevano i giardini e dalle siepi umide, sbucavano innumerevoli chiocciole, noi le prendevamo e fatta una riga sugli scalini organizzavamo una corsa di lumache. Se succedeva che a uno di noi il “cavallo” non volesse uscire dal guscio gli si cantava la filastrocca: “Lumaga lumaghin/ tira fora i tò curnin/ un par mi un par tì/ un par la vecìa ad San’Martin”. In quel modo si andava avanti per pomeriggi interi a giocare, con le cose che la natura, le stagioni o il caso ci offrivano.
Un’altra caccia mi piaceva. D’estate completavano il loro ciclo di trasformazioni i maggiolini, un ordine di coleotteri, che chiamavamo pampogne.
Dopo circa tre anni di vita larvale e sotterranea i melolontha melolontha completavano la loro metamorfosi e si accingevano al volo nuziale. Scavavano queste bestiole un tunnel fino al pelo del suolo, lasciando un velo di terra e una piccolissima apertura e a notte uscivano.
Solo occhi esperti, potevano vedere quelle tane, ed io che ero uno dei pochi che sapesse riconoscerle, armato di un sottilissimo stelo, dopo avere allargato il buco con il mignolo, facendo attenzione a non ostruire il foro, infilavo molto delicatamente il bastoncino dalla parte più sottile sotto la pancia della pampogna e solleticandola la invitavo a uscire. Una volta catturata, la bestiola si arrampicava d’istinto sulla punta del dito poi lungo della mano ed era per me grande meraviglia avere il possesso di una creatura dell’universo tutta mia. Essa mi guardava con gli occhi enormi e i palchi delle antenne le davano un aspetto fiero e simpatico, la bocca forte era una macchina per triturare, le sei gambe a stecco terminavano con le zampe che graffiavano dolcemente la pelle nell’arrampicarsi lungo il medio. Sotto le elitre coriacee erano custodite le quattro ali trasparenti che davano la capacità al soggetto di un volo veloce e spedito, l’addome ricoperto di una peluria vellutata era morbido e gradevole da toccare, quando l’animale era stanco della mia presenza, emetteva un triplice soffio soffocato, poi apriva le elitre, spiegava le ali pellicolari e spiccava il volo, lasciandomi immobile con la mano protesa verso il cielo.
Molti erano gli animali che popolavano il cortile, dagli scutelli del diavolo, alle libellule, dai gatti, alle farfalle che venivano a pascolare sui fiori dei giardini o si appoggiavano sul muro della casa a scaldarsi al sole, e avevano colori bellissimi, poi le lucertole, le rondini che nidificavano tra le lavanderie e il forno comunale di Corso Isonzo allora munito di un’altissima ciminiera ora purtroppo abbattuta.
Davanti alla casa dell’infermiera Luisa, vi era il giardino della signora Taniello, una donna di origine siciliana, gelosissima delle sue aiuole e a quelle faceva una guardia spietata, attenta che noi bambini non le calpestassimo i fiori. A primavera a un estremo angolo di quel giardino fioriva una siepe di fiori dai petali candidi che circondavano un bottoncino giallo, questi splendori noi li chiamavamo "stelle". Non solo a me piacevano queste bellezze, vi era un altro che li amava, un coleottero che s’inebriava dimorando nel suo interno: la cetonia aurata. Al grido “sono arrivati i kicalori” si andava a caccia di quelle bestiole e ne catturavamo a volontà. Le cetonie aurate hanno il colore degli smeraldi ed io mi divertivo a giocare con quelle gemme semoventi. Catturato, il kicaloro, si difendeva adottando la strategia di farsi credere morto, si racchiudeva in tanatosi per lunghi minuti. Io lo tenevo sul palmo della mano, aspettando con pazienza che si stancasse d’ingannarmi, per poi vederlo volare libero nell’aria, quindi ne catturavo un altro, per perpetuare il mio gioco...frugando tra le stelle.
Cristiano
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