Ci affascina l'ombra, che sincera,
Ha il coraggio di mostrarsi con l'inganno,
In tutta la sua forma effimera ma vera.
Ancora ci stupisce il suo magnifico difetto,
Riuscendo senza l’anima a muoversi leggera,
A superar la causa e a vincere l’effetto.
domenica 15 marzo 2009
sabato 14 marzo 2009
Le pampogne
Appena cessato il temporale, noi bambini uscivamo di corsa in giardino. Terminando il suo corso, il fenomeno atmosferico che ci aveva tenuto prigionieri, ci rendeva la libertà, lasciando nel cortile le tracce del suo passaggio.
Intasate dal fogliame le fogne non lasciavano defluire l’acqua e per quella ragione si formavano delle pozzanghere enormi, che a noi parevano laghi, e lì facevamo navigare rami spezzati o cortecce come transatlantici. Se l’acqua non scendeva da sola dopo un po’, venivano i grandi ad aprire i pozzetti. Era un servizio che non toccava ad una persona in particolare, ma lo faceva chi aveva interesse a passare senza doversi bagnare, a chi aveva il ripostiglio oltre quel lago, o una mamma che non voleva che il suo bambino s’infradiciasse.
Spesso questo servizio lo eseguiva il signor Zammaroli che aveva la cantina sotto il tunnel delle lavanderie e non riusciva a passare quando la fogna era ostruita. Il signor Zammaroli svolgeva il lavoro di venditore ambulante. Faceva tutti i mercati della provincia e di lunedì apriva il suo banchetto in quello di Ferrara.
Quest’attività gli dava modo di sfamare la famiglia ed anche altre persone. Sì perché il signor Oliviero, uomo di grande cuore, si era preso a carico, alcuni parenti e aiutava anche amici bisognosi.
La simpatia di quella persona era proverbiale, raccontava fatti e aneddoti spassosi. E non ci si curava se fosse la verità, ci bastava che raccontasse e ne aveva da dire, perché con quel suo mestiere ne aveva viste di tutti i colori.
Aveva “il Lupo”, (questo era il suo soprannome) il mignolo della mano destra offeso da non so quale infortunio e quando gli si chiedeva come fosse successo, lui descriveva il triste fatto, raccontandolo ogni volta in un modo diverso e non si seppe mai veramente come andarono le cose.
Ci raccontava spesso, di quando aveva fatto parte della carovana del giro d’Italia, come venditore di cioccolata e orologi “svizzeri” assieme a due soci. I tre si erano organizzati a dovere, ognuno portando le proprie doti: il signor’ Zammaroli, ci aveva messo la station wagon e faceva il serafo: così era detto colui che in mezzo alla folla, doveva gridare per primo per aprire le vendite. Il secondo, Napoleone, aveva messo in quell’impresa, oltre che le sue capacità straordinarie, la collaborazione della moglie, la signora Lide, che faceva da autista. Napoleone Martinacci era persona più unica che particolare, era di corporatura gigantesca, centoquaranta chili di stazza, una pancia smisurata e un faccione rotondo da persona buona, e, infatti, era di una bontà e generosità fuori dal comune. Ma negli affari una vera volpe e di quella spedizione fu la mente.
Il terzo era un soggetto di corporatura media, un po’ butterato e focomelico, aveva una mano e tutto il braccio più piccolo dell’altro. Un tuttofare sveglio nel mestiere e furbo la sua parte. Fin da ragazzo amico inseparabile di Napoleone e della sua famiglia, e l’eterno fidanzato di sua sorella. Napoleone, lo teneva sempre con sé, ovunque andasse, al bar, a casa e ai mercati era il suo braccio destro. Qui al giro d’Italia, Camanz cosi lo chiamavano, s’ingegnava nella parte logistica.
Proseguiva il Lupo: quella spedizione non sortì nei primi momenti gli incassi sperati e nonostante ne avessimo escogitate di tutti i colori, sulle piazze dove si fermava la carovana, non si batteva chiodo. Il tempo stringeva e si era sulle spese. Vedendo il ristagnare degli affari, a Napoleone venne un’idea superba, un vero e proprio colpo di genio. Spedì Camanz nella vicina Svizzera a prendere un’auto, e con quella, che aveva tanto di croce rossa sulla targa, vendemmo interi scatoloni di cioccolata e centinaia di orologi, dovemmo rifornirci ben due volte di merce durante il giro d’Italia.
Dopo la pioggia, il signor’ Zammaroli scendeva dall’ultimo piano in compagnia del suo inseparabile pincher un cagnolino simpatico e vivace chiamato Fly. Si avvicinava alla fogna e con un ferro uncinato apriva il tombino, attorniato da noi bambini e quel grande lago scendeva a vista d’occhio terminando in un gorgo d’acqua che scompariva risucchiata dalla fogna con un ultimo gorgoglio soffocato e tutt’intorno rimaneva solo l’ombra umida di quello che era stato.
Liberati da quell’impedimento, si andava fra i vialetti che dividevano i giardini e dalle siepi umide, sbucavano innumerevoli chiocciole, noi le prendevamo e fatta una riga sugli scalini organizzavamo una corsa di lumache. Se succedeva che a uno di noi il “cavallo” non volesse uscire dal guscio gli si cantava la filastrocca: “Lumaga lumaghin/ tira fora i tò curnin/ un par mi un par tì/ un par la vecìa ad San’Martin”. In quel modo si andava avanti per pomeriggi interi a giocare, con le cose che la natura, le stagioni o il caso ci offrivano.
Un’altra caccia mi piaceva. D’estate completavano il loro ciclo di trasformazioni i maggiolini, un ordine di coleotteri, che chiamavamo pampogne.
Dopo circa tre anni di vita larvale e sotterranea i melolontha melolontha completavano la loro metamorfosi e si accingevano al volo nuziale. Scavavano queste bestiole un tunnel fino al pelo del suolo, lasciando un velo di terra e una piccolissima apertura e a notte uscivano.
Solo occhi esperti, potevano vedere quelle tane, ed io che ero uno dei pochi che sapesse riconoscerle, armato di un sottilissimo stelo, dopo avere allargato il buco con il mignolo, facendo attenzione a non ostruire il foro, infilavo molto delicatamente il bastoncino dalla parte più sottile sotto la pancia della pampogna e solleticandola la invitavo a uscire. Una volta catturata, la bestiola si arrampicava d’istinto sulla punta del dito poi lungo della mano ed era per me grande meraviglia avere il possesso di una creatura dell’universo tutta mia. Essa mi guardava con gli occhi enormi e i palchi delle antenne le davano un aspetto fiero e simpatico, la bocca forte era una macchina per triturare, le sei gambe a stecco terminavano con le zampe che graffiavano dolcemente la pelle nell’arrampicarsi lungo il medio. Sotto le elitre coriacee erano custodite le quattro ali trasparenti che davano la capacità al soggetto di un volo veloce e spedito, l’addome ricoperto di una peluria vellutata era morbido e gradevole da toccare, quando l’animale era stanco della mia presenza, emetteva un triplice soffio soffocato, poi apriva le elitre, spiegava le ali pellicolari e spiccava il volo, lasciandomi immobile con la mano protesa verso il cielo.
Molti erano gli animali che popolavano il cortile, dagli scutelli del diavolo, alle libellule, dai gatti, alle farfalle che venivano a pascolare sui fiori dei giardini o si appoggiavano sul muro della casa a scaldarsi al sole, e avevano colori bellissimi, poi le lucertole, le rondini che nidificavano tra le lavanderie e il forno comunale di Corso Isonzo allora munito di un’altissima ciminiera ora purtroppo abbattuta.
Davanti alla casa dell’infermiera Luisa, vi era il giardino della signora Taniello, una donna di origine siciliana, gelosissima delle sue aiuole e a quelle faceva una guardia spietata, attenta che noi bambini non le calpestassimo i fiori. A primavera a un estremo angolo di quel giardino fioriva una siepe di fiori dai petali candidi che circondavano un bottoncino giallo, questi splendori noi li chiamavamo "stelle". Non solo a me piacevano queste bellezze, vi era un altro che li amava, un coleottero che s’inebriava dimorando nel suo interno: la cetonia aurata. Al grido “sono arrivati i kicalori” si andava a caccia di quelle bestiole e ne catturavamo a volontà. Le cetonie aurate hanno il colore degli smeraldi ed io mi divertivo a giocare con quelle gemme semoventi. Catturato, il kicaloro, si difendeva adottando la strategia di farsi credere morto, si racchiudeva in tanatosi per lunghi minuti. Io lo tenevo sul palmo della mano, aspettando con pazienza che si stancasse d’ingannarmi, per poi vederlo volare libero nell’aria, quindi ne catturavo un altro, per perpetuare il mio gioco...frugando tra le stelle.
Cristiano
Intasate dal fogliame le fogne non lasciavano defluire l’acqua e per quella ragione si formavano delle pozzanghere enormi, che a noi parevano laghi, e lì facevamo navigare rami spezzati o cortecce come transatlantici. Se l’acqua non scendeva da sola dopo un po’, venivano i grandi ad aprire i pozzetti. Era un servizio che non toccava ad una persona in particolare, ma lo faceva chi aveva interesse a passare senza doversi bagnare, a chi aveva il ripostiglio oltre quel lago, o una mamma che non voleva che il suo bambino s’infradiciasse.
Spesso questo servizio lo eseguiva il signor Zammaroli che aveva la cantina sotto il tunnel delle lavanderie e non riusciva a passare quando la fogna era ostruita. Il signor Zammaroli svolgeva il lavoro di venditore ambulante. Faceva tutti i mercati della provincia e di lunedì apriva il suo banchetto in quello di Ferrara.
Quest’attività gli dava modo di sfamare la famiglia ed anche altre persone. Sì perché il signor Oliviero, uomo di grande cuore, si era preso a carico, alcuni parenti e aiutava anche amici bisognosi.
La simpatia di quella persona era proverbiale, raccontava fatti e aneddoti spassosi. E non ci si curava se fosse la verità, ci bastava che raccontasse e ne aveva da dire, perché con quel suo mestiere ne aveva viste di tutti i colori.
Aveva “il Lupo”, (questo era il suo soprannome) il mignolo della mano destra offeso da non so quale infortunio e quando gli si chiedeva come fosse successo, lui descriveva il triste fatto, raccontandolo ogni volta in un modo diverso e non si seppe mai veramente come andarono le cose.
Ci raccontava spesso, di quando aveva fatto parte della carovana del giro d’Italia, come venditore di cioccolata e orologi “svizzeri” assieme a due soci. I tre si erano organizzati a dovere, ognuno portando le proprie doti: il signor’ Zammaroli, ci aveva messo la station wagon e faceva il serafo: così era detto colui che in mezzo alla folla, doveva gridare per primo per aprire le vendite. Il secondo, Napoleone, aveva messo in quell’impresa, oltre che le sue capacità straordinarie, la collaborazione della moglie, la signora Lide, che faceva da autista. Napoleone Martinacci era persona più unica che particolare, era di corporatura gigantesca, centoquaranta chili di stazza, una pancia smisurata e un faccione rotondo da persona buona, e, infatti, era di una bontà e generosità fuori dal comune. Ma negli affari una vera volpe e di quella spedizione fu la mente.
Il terzo era un soggetto di corporatura media, un po’ butterato e focomelico, aveva una mano e tutto il braccio più piccolo dell’altro. Un tuttofare sveglio nel mestiere e furbo la sua parte. Fin da ragazzo amico inseparabile di Napoleone e della sua famiglia, e l’eterno fidanzato di sua sorella. Napoleone, lo teneva sempre con sé, ovunque andasse, al bar, a casa e ai mercati era il suo braccio destro. Qui al giro d’Italia, Camanz cosi lo chiamavano, s’ingegnava nella parte logistica.
Proseguiva il Lupo: quella spedizione non sortì nei primi momenti gli incassi sperati e nonostante ne avessimo escogitate di tutti i colori, sulle piazze dove si fermava la carovana, non si batteva chiodo. Il tempo stringeva e si era sulle spese. Vedendo il ristagnare degli affari, a Napoleone venne un’idea superba, un vero e proprio colpo di genio. Spedì Camanz nella vicina Svizzera a prendere un’auto, e con quella, che aveva tanto di croce rossa sulla targa, vendemmo interi scatoloni di cioccolata e centinaia di orologi, dovemmo rifornirci ben due volte di merce durante il giro d’Italia.
Dopo la pioggia, il signor’ Zammaroli scendeva dall’ultimo piano in compagnia del suo inseparabile pincher un cagnolino simpatico e vivace chiamato Fly. Si avvicinava alla fogna e con un ferro uncinato apriva il tombino, attorniato da noi bambini e quel grande lago scendeva a vista d’occhio terminando in un gorgo d’acqua che scompariva risucchiata dalla fogna con un ultimo gorgoglio soffocato e tutt’intorno rimaneva solo l’ombra umida di quello che era stato.
Liberati da quell’impedimento, si andava fra i vialetti che dividevano i giardini e dalle siepi umide, sbucavano innumerevoli chiocciole, noi le prendevamo e fatta una riga sugli scalini organizzavamo una corsa di lumache. Se succedeva che a uno di noi il “cavallo” non volesse uscire dal guscio gli si cantava la filastrocca: “Lumaga lumaghin/ tira fora i tò curnin/ un par mi un par tì/ un par la vecìa ad San’Martin”. In quel modo si andava avanti per pomeriggi interi a giocare, con le cose che la natura, le stagioni o il caso ci offrivano.
Un’altra caccia mi piaceva. D’estate completavano il loro ciclo di trasformazioni i maggiolini, un ordine di coleotteri, che chiamavamo pampogne.
Dopo circa tre anni di vita larvale e sotterranea i melolontha melolontha completavano la loro metamorfosi e si accingevano al volo nuziale. Scavavano queste bestiole un tunnel fino al pelo del suolo, lasciando un velo di terra e una piccolissima apertura e a notte uscivano.
Solo occhi esperti, potevano vedere quelle tane, ed io che ero uno dei pochi che sapesse riconoscerle, armato di un sottilissimo stelo, dopo avere allargato il buco con il mignolo, facendo attenzione a non ostruire il foro, infilavo molto delicatamente il bastoncino dalla parte più sottile sotto la pancia della pampogna e solleticandola la invitavo a uscire. Una volta catturata, la bestiola si arrampicava d’istinto sulla punta del dito poi lungo della mano ed era per me grande meraviglia avere il possesso di una creatura dell’universo tutta mia. Essa mi guardava con gli occhi enormi e i palchi delle antenne le davano un aspetto fiero e simpatico, la bocca forte era una macchina per triturare, le sei gambe a stecco terminavano con le zampe che graffiavano dolcemente la pelle nell’arrampicarsi lungo il medio. Sotto le elitre coriacee erano custodite le quattro ali trasparenti che davano la capacità al soggetto di un volo veloce e spedito, l’addome ricoperto di una peluria vellutata era morbido e gradevole da toccare, quando l’animale era stanco della mia presenza, emetteva un triplice soffio soffocato, poi apriva le elitre, spiegava le ali pellicolari e spiccava il volo, lasciandomi immobile con la mano protesa verso il cielo.
Molti erano gli animali che popolavano il cortile, dagli scutelli del diavolo, alle libellule, dai gatti, alle farfalle che venivano a pascolare sui fiori dei giardini o si appoggiavano sul muro della casa a scaldarsi al sole, e avevano colori bellissimi, poi le lucertole, le rondini che nidificavano tra le lavanderie e il forno comunale di Corso Isonzo allora munito di un’altissima ciminiera ora purtroppo abbattuta.
Davanti alla casa dell’infermiera Luisa, vi era il giardino della signora Taniello, una donna di origine siciliana, gelosissima delle sue aiuole e a quelle faceva una guardia spietata, attenta che noi bambini non le calpestassimo i fiori. A primavera a un estremo angolo di quel giardino fioriva una siepe di fiori dai petali candidi che circondavano un bottoncino giallo, questi splendori noi li chiamavamo "stelle". Non solo a me piacevano queste bellezze, vi era un altro che li amava, un coleottero che s’inebriava dimorando nel suo interno: la cetonia aurata. Al grido “sono arrivati i kicalori” si andava a caccia di quelle bestiole e ne catturavamo a volontà. Le cetonie aurate hanno il colore degli smeraldi ed io mi divertivo a giocare con quelle gemme semoventi. Catturato, il kicaloro, si difendeva adottando la strategia di farsi credere morto, si racchiudeva in tanatosi per lunghi minuti. Io lo tenevo sul palmo della mano, aspettando con pazienza che si stancasse d’ingannarmi, per poi vederlo volare libero nell’aria, quindi ne catturavo un altro, per perpetuare il mio gioco...frugando tra le stelle.
Cristiano
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